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Il Recovery Fund dell’Unione Europea e le sue implicazioni per gli investimenti

Luglio 2020

Il momento decisivo per l’Europa

Il Recovery Fund europeo rappresenta un passaggio decisivo, uno spartiacque che potrebbe trasformare le prospettive economiche dell’Europa e rivitalizzare le obbligazioni, le azioni e la valuta della regione.

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Panoramica

Milton Friedman ha detto “solo una crisi produce un vero e proprio cambiamento.” Ironia della sorte, adesso quest’osservazione del Premio Nobel pare applicarsi proprio all’eurozona – un progetto che lui stesso descrisse come una follia economica e politica.

Perché davanti a una crisi della sanità pubblica e alla più profonda recessione dalla Seconda Guerra Mondiale, i leader europei hanno messo a punto un piano di salvataggio che, con un po’ di fortuna, potrebbe rivelarsi in grado di trasformare l’intera regione.

Concepito da Germania e Francia, il nuovo Recovery Fund è per molti aspetti rivoluzionario. Innanzitutto, è imponente. Associato a misure come il Fondo di Garanzia per le imprese dell’UE e il Meccanismo europeo di stabilità (MES), questo pacchetto da 750 miliardi di euro porta il potere della spesa pubblica collettiva dell’Europa a circa 1.200 miliardi di euro, ovvero il 6,5% del PIL. È, in ogni senso, una risposta forte allo shock dovuto alla pandemia.

In secondo luogo, è ambiziosamente verde. Fino a un terzo dell’investimento pianificato sarà destinato a progetti che affretteranno la transizione verso un’economia a zero emissioni di carbonio.

È del tutto possibile che l’Europa emerga dalla pandemia con fondamenta politiche ed economiche più solide.

In terzo luogo, e soprattutto, il piano prevede la responsabilità collettiva.

Nello specifico, si basa su un coordinamento fiscale più attento e sulla creazione di un mercato delle obbligazioni sovrane dell'eurozona degno di tale nome.

In effetti, come il fondo viene finanziato è indubbiamente importante per il futuro a lungo termine dell’Europa tanto quanto l'esistenza stessa del fondo. Raggiungendo un accordo sulle obbligazioni emesse congiuntamente che saranno successivamente ripagate tramite il nuovo bilancio dell’UE e in parte attraverso nuove imposte a livello regionale, il blocco ha compiuto i primi passi verso una maggiore integrazione fiscale.

Sarebbe difficile sovrastimare le implicazioni di questo cambiamento. Legami fiscali più stretti porterebbero  stabilità economica e politica in una regione che ha fortemente risentito della loro mancanza. Un’Europa più unita sarebbe in grado di definire e gestire meglio il suo futuro economico e ritagliarsi un ruolo più influente nella scena mondiale, con alcune ripercussioni per gli investitori: le azioni, le obbligazioni e la valuta europee potrebbero occupare in futuro un posto più rilevante all'interno dei portafogli internazionali.

Il percorso della riforma europea è, tuttavia, tutt’altro che facile. Nonostante il sostegno dei 27 Paesi membri dell’UE, permane una notevole resistenza al Recovery Fund, soprattutto tra Paesi Bassi, Svezia, Danimarca e Austria - i quattro Paesi "frugali" della regione. Che il programma possa andare in fumo adesso, o in futuro, non è da escludere. I rischi di lunghe discussioni politiche e ritardi nella spesa sono ancora fastidiosamente elevati.

Tuttavia, con il sostegno incondizionato di Germania e Francia, ci sono tutte le premesse affinché l’Europa emerga dalla pandemia di COVID-19 con fondamenta politiche ed economiche più solide.

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Perché il Recovery Fund è essenziale

Alla sua esplosione, il Coronavirus si è abbattuto con maggiore violenza sulle economie più vulnerabili dell’Europa. L’Italia, in particolare, da lungo tempo stava combattendo contro i postumi della crisi finanziaria e della crisi dell’eurozona, che si sono succedute una dopo l’altra nell’ultimo decennio.

Si è dovuto attendere fino al 2017 prima che il PIL pro-capite dell’Italia si riprendesse completamente dalla crisi del debito del 20081. La sua scarsa posizione competitiva rispetto ai Paesi del nord della regione, i dati demografici scoraggianti e l’inefficacia dei governi sono stati tutti ostacoli alla crescita.

Quindi, con la pandemia che imperversava nel Paese con una ferocia imprevedibile, abbattendosi peraltro sulla sua regione più ricca ed economicamente produttiva, il governo italiano si è trovato ad affrontare una calamità economica improvvisa.

Molto presto il trauma dell’Italia è sembrato ripetersi in tutta Europa. Anche Spagna, Francia e Belgio hanno sofferto per via di elevati tassi di contagio, ospedalizzazione e mortalità. Questi stessi fenomeni si sono ripetuti in Paesi che, in base al nostro modello di rischio sovrano, avevano livelli di indebitamento tra i meno sostenibili del mondo sviluppato.

E sebbene altri Paesi membri dell’eurozona abbiano evitato gli effetti peggiori della malattia con un rigido lockdown, hanno anch’essi subito una pesante contrazione economica, in quanto interi settori sono rimasti del tutto inattivi per diverse settimane.

L’attività economica quotidiana nell’intera regione dell’eurozona ha perso terreno fino al 40% rispetto all’epoca pre-COVID19 e nel complesso prevediamo una contrazione dell’8% del PIL per tutto l’anno, compresa una flessione dal picco massimo al livello minimo dell’11,2%. La necessità di stimoli fiscali d’emergenza di grossa portata, in assenza di un’inflazione anche minima in grado di risollevare la crescita economica nominale, ha destato il timore che un debito già molto elevato potesse schizzare a livelli che avrebbero scatenato un’altra crisi esistenziale nell’eurozona.

Alla fine del 2019, il debito pubblico italiano era pari al 136% del PIL. Con entrate pubbliche in caduta libera e spesa per stimoli e welfare che hanno fatto aumentare ulteriormente la spesa pubblica, il governo si aspetta quest’anno un deficit di bilancio del 9,2% del PIL. La nostra previsione di base stima un debito pubblico maggiore del 18,8% nel 20222. La situazione potrebbe essere ancora più precaria se le garanzie di credito del governo dovessero peggiorare: considerando un tasso di insolvenza societario del 50%, il debito dell’Italia potrebbe aumentare fino al 177% del PIL nel 2022. Francia e Spagna sono partite con una situazione delle finanze pubbliche leggermente migliore – ciascuna con un rapporto debito-PIL attorno al 100% nel 2019 – ma la progressione del loro indebitamento ha seguito un percorso simile a quella italiana.

La pandemia, quindi, ha messo a nudo molti difetti del progetto della moneta unica – un’unione monetaria senza unione fiscale e sovvenzioni statali si sono dimostrati alla fine insostenibili. Una crisi avrebbe potuto frantumare il blocco. Ma anche in assenza di uno shock, la mancanza di politica monetaria e fiscale coordinate hanno minacciato di ostacolare lo sviluppo economico futuro dell’Europa.

Quindi, quando Francia e Germania hanno ipotizzato un piano da 750 milioni di euro, non hanno solamente migliorato le prospettive di una ripresa più veloce e solida dal collasso economico provocato dalla pandemia di Covid, ma hanno anche avvicinato il blocco a una sua rivoluzione alla Hamilton – ossia a una versione europea dell’unione fiscale creata dal primo segretario di Stato al Bilancio statunitense, Alexander Hamilton, nel 1790.

Fig. 1 - Dinamiche divergenti del debito sovrano in Europa
Criteri di valutazione del debito sovrano a breve termine rispetto al punteggio di sostenibilità del debito
Criteri di valutazione del debito sovrano a breve termine rispetto al punteggio di sostenibilità del debito

Fonte: Pictet Asset Management. I punteggi relativi alle dinamiche del debito sono generati da Pictet Asset Management a partire da diversi indicatori ufficiali, che confrontano i Paesi tra loro e con i loro trend. Fonte: Pictet Asset Management, CEIC, Refinitiv. I dati si riferiscono al 2019 per i punteggi del debito sovrano strutturale e al 31.03.2020 per il punteggio del debito a breve termine.

Una botta di vita per le infrastrutture

Un importante programma di stimolo, cofinanziato, potrebbe anche rafforzare l’eurozona incentivando gli investimenti.

Infatti, il Recovery Fund potrebbe affrontare uno dei problemi più persistenti dell’Europa: la scarsa manutenzione delle infrastrutture. Secondo la Banca europea per gli investimenti (BEI), gli investimenti in strade, ferrovie, reti di telecomunicazione e altri attivi fisici ammontano ad appena l’1,6% del PIL della regione, il livello di spesa in conto capitale più basso in 15 anni. In modo ancora più preoccupante, i dati aggregati mascherano le grandi discrepanze esistenti tra i singoli Paesi: le economie periferiche dell’Europa hanno investito molto meno nello stesso periodo di tempo.

Gli investimenti insufficienti testimoniano gli effetti dei recenti shock economici. Subito dopo la crisi finanziaria del 2008 e quella del debito sovrano dell’eurozona, i Paesi con un livello di indebitamento significativo, come l’Italia, si sono trovati sotto forte pressione al fine di ridurre il deficit. In buona parte questo obiettivo è stato raggiunto tagliando gli investimenti nel settore pubblico. Dal 2008 al 2013, i tassi di investimento di Italia e Spagna hanno perso rispettivamente 3 e 6 punti percentuali al 18%, mentre il tasso annuo medio di crescita degli investimenti dell’eurozona si è dimezzato all’1,5%. Ciò, a sua volta, ha pesato sulla domanda interna e trascinato verso il basso la crescita. Un programma d’investimento correttamente pianificato, che non appesantisca ulteriormente le economie più deboli con altro debito, potrebbe contribuire a invertire questa flessione e aumentare la produttività della regione.

Il Recovery Fund potrebbe contribuire ad affrontare uno dei problemi più ricorrenti dell’Europa: la scarsa manutenzione delle infrastrutture.

Inoltre, c’è un’esigenza molto forte da parte dell’Europa di un piano di ripresa che sia attento all'ecologia. Gli studi indicano che l’impatto ambientale della regione è notevole, tenuto conto della dimensione della sua popolazione.

Un’analisi condotta nel 2017 sulla base dei Limiti Planetari – un modello che rileva l’impronta ambientale di un Paese rispetto a nove dimensioni, tra cui l’utilizzo del terreno, le emissioni di carbonio e l’inquinamento da sostanze chimiche – ha rilevato che l’Europa contribuisce in modo sproporzionato al riscaldamento globale e alla perdita di habitat naturali3.

Il modello stima che il budget di carbonio a disposizione della regione per i prossimi 80 anni ammonti a 70 gigatonnellate (Gt), ovvero 0,9 Gt l’anno. Ma con nazioni europee che già emettono 4 Gt di CO2 l’anno, questa soglia sarà raggiunta ben prima del 2040. Il record dell’Europa sulla perdita di habitat è altrettanto preoccupante. In quanto importatore netto di prodotti agricoli, è responsabile di circa il 10% d tutta la deforestazione mondiale.

Gli autori dello studio ravvisano un “divario sostanziale” tra la retorica dell’Europa sull’ambiente e la sua storia passata.

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L’anatomia del Recovery Fund e delle riforme future

Un piano generosamente visionario, ma non una panacea. Questa forse è la valutazione più sincera del Recovery Fund. Un’economia delle dimensioni e della complessità dell’Europa richiede più riforme e investimenti di quanto possa essere contenuto in un programma.

Ciò nonostante, è difficile criticarne l’ambizione e la portata.

Il fondo mira ad affrontare contemporaneamente ciascuno dei problemi più seri e correlati dell’Europa - di carattere economico, strutturale e ambientale – tentando al tempo stesso di ripartire i costi degli stimoli nel modo più equo possibile.

Il meccanismo di finanziamento è essenziale per raggiungere tali obiettivi. Circa 400 dei 750 miliardi di euro previsti dovrebbero essere erogati sotto forma di finanziamenti a fondo perduto, invece che prestiti. Altrettanto importante, la maggior parte del denaro è destinata ai Paesi che hanno registrato le maggiori flessioni in termini di crescita e occupazione. Con questa discussa formula di finanziamento, gli Stati europei del sud dovrebbero ricevere generose sovvenzioni, pagate con obbligazioni emesse dall’intero blocco che non saranno rimborsate prima del 2028, come minimo. Ulteriori 200 miliardi di euro di garanzie sui prestiti verranno inoltre distribuiti in base alle necessità economiche.

A questo proposito, il Recovery Fund stabilisce un modello su come la responsabilità per le obbligazioni della regione possa essere distribuita in modo più uniforme all'interno del blocco. La speranza è che, condividendo in questo modo i rischi, le disparità economiche che esistono tra i Paesi del Nord, più ricchi, e i Paesi del Sud, più poveri, inizino a scomparire. In base ai calcoli della Commissione Europea, il Recovery Fund dovrebbe accrescere il PIL dell’UE di circa il 2,3% entro il 2024 in termini aggregati, ma con una forte accelerazione delle economie periferiche. Secondo i nostri calcoli, l’economia dell'UE avrebbe dovuto espandersi del 6% l'anno prossimo, ma, grazie al programma di ripresa dalla pandemia, la crescita sarà di un punto percentuale superiore, pari al 7%.

Fig. 2 - Le priorità della riforma dell’UE
Le priorità della riforma dell’UE

Fonte: Pictet Asset Management

Il piano merita anche un elogio per le sue ambizioni dal punto di vista ambientale. L’Unione si è già impegnata a ridurre entro il 2030 le emissioni di gas serra del 40% rispetto ai livelli del 1990. Nel definire questo obiettivo, Bruxelles ha di fatto invitato a compiere significativi investimenti nella tecnologia ambientale. Il Recovery Fund fa parte di questa strategia: oltre il 30% del programma è legato a progetti relativi all’ambiente, con gran parte del denaro destinato ai settori e alle tecnologie che offrono la strada più rapida verso lo stato “carbon neutral”. Ciò comprenderà investimenti in energia rinnovabile, idrogeno pulito, e-mobility, tecnologia per l'efficienza energetica ed edifici sostenibili.

Nonostante tutto questo, sarebbe sbagliato descrivere il Recovery Fund come una panacea. Per superare le difficoltà che devono affrontare le economie periferiche della regione ci vorranno anni.

Secondo la ricerca del Centre for European Policy, il PIL pro capite della Germania è aumentato del 10% da quando è entrata nell’euro, mentre quello di Portogallo, Italia, Grecia e Francia, al contrario, ha subito una flessione nell’ordine del 20-35%. Colmare questo divario richiederà più lavoro.

Tuttavia, il piano avvia l’Europa verso un cammino di riforme radicali. Potrebbe, ad esempio, servire da stimolo per la totale integrazione dei mercati finanziari della regione e la creazione di un’unione bancaria.

Un sistema di garanzia dei depositi a livello dell’intero blocco sarebbe più probabile con l'attuazione del Recovery Fund. Lo stesso vale per l’armonizzazione delle leggi sull'insolvenza e delle normative sui titoli finanziari della regione.

Il piano di ripresa potrebbe anche rivitalizzare gli sforzi per ristrutturare l'economia dell’Unione che, come la malattia COVID-19 ha brutalmente messo in evidenza, è estremamente dipendete dalle esportazioni.

Ciò comporterebbe lo stimolo della domanda interna attraverso misure come un reddito di base universale o un’assistenza sociale in tutto il blocco, minori imposte sul reddito, maggiori tasse sul patrimonio, tagli dell’IVA e trasferimenti diretti alle famiglie a basso reddito.

Un riequilibrio richiederebbe anche un investimento pubblico meglio orientato. Una delle priorità immediate è la tecnologia digitale: le infrastrutture digitali dell’Unione sono notevolmente arretrate se paragonate a quelle di Cina e Stati Uniti. Da questo punto di vista, il Recovery Fund contiene accantonamenti per una spesa extra sulla tecnologia. Ma se la regione vuole competere a livello globale, occorrono ulteriori investimenti, che dovrebbero comprendere una spesa per migliorare la connettività e rafforzare la presenza dell’Europa nelle catene del valore digitali in settori quali l'intelligenza artificiale, la cybersecurity, le infrastrutture di dati e cloud, le reti 5G, il calcolo quantistico e la blockchain.

Il piano avvia l’Europa verso un cammino di riforme radicali. Potrebbe servire da stimolo per la totale integrazione dei mercati dei capitali della regione.

La trasformazione ecologica potrebbe anch’essa ricevere un’accelerazione. Con il suo Green Deal, l’Unione Europea mira a creare 700.000 nuovi posti di lavoro entro il 2030.

I suoi obiettivi comprendono:

  • Energia, con priorità all’energia rinnovabile (compreso l’idrogeno pulito), all'efficienza energetica e alle reti elettriche smart
  • Trasporti, soprattutto con l’incentivazione dei veicoli elettrici, il miglioramento dei collegamenti ferroviari e il trasporto pubblico urbano, sconsigliando il trasporto aereo per distanze inferiori ai 1.000 km
  • Biodiversità, protezione e ripristino degli ambienti naturali

Tuttavia, secondo la Commissione Europea, al blocco occorreranno altri 260 miliardi di euro l’anno in investimenti "green" per raggiungere l’obiettivo per la riduzione delle emissioni di gas serra del 40% entro il 2030.

Tagli delle emissioni più ambiziosi, nell'ordine del 50-55% – attualmente in discussione – porterebbero questo dato ad almeno 300 miliardi di euro.

A questo scopo, l’Unione Europea potrebbe aver bisogno di regole fiscali meno stringenti sugli investimenti pubblici legati all’adattamento e alla prevenzione del cambiamento climatico. È anche necessario incoraggiare gli investimenti privati con obiettivi a lungo termine chiari nell’ambito delle riforme contenute nel Piano d’Azione europeo sulla Finanza sostenibile.

Le quote di emissioni incoraggiano già attualmente le società a ridurre le emissioni e investire in tecnologia più pulita. Tuttavia, il prezzo deve essere rivisto in modo che gli incentivi a cambiare siano forti in tutti i settori. I ricavi dalle quote di emissioni possono quindi essere utilizzati per sviluppare ulteriormente un’economia low-carbon attraverso investimenti pubblici in infrastrutture low-carbon, finanziando la R&S e l’innovazione.

Le società che riusciranno a ottenere emissioni molto inferiori rispetto alla norma nel loro settore potranno essere ricompensate con sussidi, una politica che avrà il vantaggio aggiuntivo di contribuire a creare un vantaggio competitivo per l’industria europea nell’economia low-carbon globale.

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Implicazioni per gli investimenti

Gli investitori guarderanno al piano di ripresa da 750 miliardi di dollari messo in atto dall’Europa contro la pandemia con un misto di speranza e apprensione. Apprensione perché, anche se il programma ha ottenuto l’approvazione dei 27 Stati membri dell'UE, non vi possono essere garanzie di un percorso senza ostacoli d'ora in poi. Mantenere nelle proprie fila Paesi scettici come Austria, Danimarca, Paesi Bassi e Svezia sarà parecchio difficile.

Pur avendo ottenuto le concessioni fondamentali, le quattro economie "frugali” della regione chiederanno una continua supervisione di come verrà speso il denaro. I Paesi beneficiari delle risorse del fondo non riceveranno alcuna tolleranza se faranno marcia indietro sulle riforme, il che potrebbe tradursi in ulteriori discussioni politiche e ritardi sulla spesa.

Tuttavia, prevale l’ottimismo. Buona parte di questo deriva dall'intesa franco-tedesca. Ci sono ottime possibilità che i due centri di potere — sulla cui visione condivisa si fonda il piano — riescano ad azzerare le distanze tra i vari Paesi membri.

In effetti, ogni volta che i due Paesi hanno collaborato, si sono dimostrati una coppia formidabile. Grazie alla loro alleanza il Regno Unito è rimasto fuori alla Comunità Economia Europea (CEE) a lungo, negli anni Sessanta, e si deve al loro impegno collettivo la reale esistenza dell’euro. Dato che i quattro Paesi “frugali” costituiscono insieme solo un decimo della popolazione totale del blocco, è plausibile che la spuntino Parigi e Berlino, che ne rappresentano quasi due quinti.

Se ci riusciranno, potrebbero finire col trasformare il panorama degli investimenti. Le obbligazioni, la valuta e le azioni europee potrebbero rivestire un ruolo ancora più importante all'interno dei portafogli internazionali.
Le obbligazioni, in particolare, potrebbero beneficiarne. Ciò perché il coordinamento fiscale al centro del piano creerà un mercato del reddito fisso sovrano per l’eurozona degno del suo nome.

Attualmente, meno di un quarto delle obbligazioni sovrane e sovranazionali europee gode di un rating tripla A. Il programma di ripresa potrebbe aumentare l’importo del debito con il rating migliore di circa 1.400 miliardi di euro.

Anche le obbligazioni sovrane europee più rischiose potrebbero diventare investimenti più sicuri, soprattutto se il Recovery Fund dovesse riuscire a suddividere i costi della ricostruzione economica e alleggerire la pressione sulle nazioni più indebitate. Inoltre, con il contenimento del rischio di sfaldamento del blocco, le obbligazioni di Stato dei Paesi europei meridionali potrebbero diventare titoli core per un ampio ventaglio di investitori.

Fig. 3 - Le azioni europee hanno un punteggio migliore rispetto alle omologhe per quanto riguarda i criteri ESG
% di azioni dell’MSCI World che ottengono rating ESG nel quintile superiore, a livello regionale, aggiustate in base al peso*
% di azioni dell’MSCI World che ottengono rating ESG nel quintile superiore, a livello regionale

Fonte: Pictet Asset Management, Refinitiv, Sustainalytics. Dati al 30.06.2020 *La percentuale è un ponderazione relativa. Viene calcolata nel seguente modo: innanzitutto, calcoliamo la percentuale di titoli di ciascuna regione che ottengono punteggi nel quintile superiore. Da tale percentuale sottraiamo il peso all'interno dell’MSCI per ciascuna regione (62% per gli USA, 10% per l’eurozona e così via). Quindi eseguiamo lo stesso calcolo per il quintile inferiore. Poi sottraiamo la quota del quintile inferiore dalla quota del quintile superiore per ottenere il risultato finale.

Un’Europa più stabile e un mercato obbligazionario più profondo potrebbero essere vantaggiosi anche per l’euro. Dal suo lancio nel 1999, la moneta unica ha vissuto all’ombra del dollaro. L'incapacità di rappresentare una reale alternativa al dollaro come valuta di riserva è stata dovuta in parte al rischio persistente di rottura del blocco. L’emissione di una nuova serie di obbligazioni pan-europee con rating tripla A cambia i calcoli. Una maggiore stabilità politica ed economica dovrebbe rendere l’euro più attraente per gli investitori internazionali e le banche centrali. In base al nostro modello, l’euro viene scambiato al 16% in meno rispetto al dollaro di quanto sarebbe corretto sulla base dei fondamentali economici. Inoltre, è anche sotto-rappresentato nelle riserve delle banche centrali rispetto al suo peso economico, dato che rappresenta solo il 20% del totale detenuto rispetto al 62% del dollaro. In assenza di un Recovery Fund, si può prevedere in ogni caso un apprezzamento dell’euro sul dollaro di circa il 2% annuo nei prossimi cinque anni, in base alla nostra analisi valutaria. Con la creazione del fondo, l'apprezzamento potrebbe essere ancora maggiore.

Anche i titoli azionari europei potrebbero godere di un re-rating. Negli ultimi 20 anni, sono stati costantemente scambiati a un notevole sconto rispetto agli omologhi statunitensi. Nello stesso periodo, il rapporto prezzo-valore contabile delle azioni statunitensi è stato superiore, in media, del 50%. Anche al suo livello minimo, durante la crisi finanziaria del 2008, il premio statunitense si attestava a un considerevole 20%. Il divario nelle valutazioni non è un’anomalia, testimonia piuttosto le tre fondamentali differenze tra il mercato USA e quello europeo. La prima è la composizione settoriale: negli Stati Uniti ha sede un numero molto superiore di società tecnologiche in rapida crescita, non esistono versioni europee di Amazon, Google o Apple. La seconda è la maggior redditività delle aziende statunitensi. Per diverse ragioni, tra cui un regime fiscale e regolamentare meno pesante, le società statunitensi hanno tradizionalmente offerto un rendimento azionario superiore rispetto alle omologhe europee: 15% rispetto al 10% negli anni dalla crisi del credito del 2008. Il terzo fattore favorevole è politico, in quanto le valutazioni dei titoli europei hanno scontato il rischio di rottura dell’eurozona, soprattutto nel decennio scorso.

Il Recovery Fund europeo promette di ridurre alcune di queste disparità. Incanalando gli investimenti in settori tecnologici ”green”, potrebbe rivitalizzare le aziende europee della new economy. Favorite dai regolamenti “green” dell’UE, le società europee stanno già facendo grandi passi avanti sui fronti delle rinnovabili, delle infrastrutture per le smart city e della tecnologia per l’efficienza energetica. Con ulteriori investimenti pubblici e privati, la regione potrebbe diventare un leader globale in questi e altri settori ambientali a rapida crescita (anche le aziende non europee probabilmente ne beneficerebbero, ma in misura minore). Col tempo, questo potrebbe trasformare il profilo d’investimento delle azioni europee. Gli investitori orientati alla crescita che sono stati tradizionalmente attratti dal mercato statunitense potrebbero iniziare a vedere i titoli europei come un’alternativa concreta.5

Più in generale, se l’Europa riesce nel suo obiettivo di creare una cultura aziendale più in sintonia con le esigenze dell’ambiente, le sue azioni potrebbero ottenere un notevole premio. Le aziende europee hanno già un punteggio migliore delle omologhe quando si prendono in considerazione i fattori ESG (ambientali, sociali e di governance) (Fig. 3), il che è di buon auspicio per gli investitori. Un crescente numero di studi indica che punteggi ESG più elevati sono correlati in modo positivo con i rendimenti azionari.

Per finire, il coordinamento fiscale al cuore del fondo riduce drasticamente la probabilità di distruzione dell’eurozona. Questo, a sua volta, dovrebbe ridurre il “rischio politico” incorporato nelle azioni europee.  Pertanto, gli investitori farebbero bene ad abbracciare il radicale cambio di direzione dell’Unione Europea. Scommettere sul vecchio continente potrebbe presto offrire un nuovo tipo di ricompensa.